Piccole anime senza tempo
Si svegliò di soprassalto,
spalancando gli occhi e
tirandosi a sedere di
scatto. Non riusciva a
rendersi pienamente conto di
cosa
fosse successo, ma
era sicuro che Lei fosse
stata lì. Non che La
conoscesse, perché in
fondo non L’aveva mai
incontrata, ma nello stesso
tempo La conosceva
benissimo: ogni fibra del
suo essere aveva piena
coscienza e insieme piena
ignoranza di Lei perché,
attraverso la sua creatrice,
era venuto da Lei e a Lei
sarebbe tornato; ma i suoi
occhi non L’avrebbero mai
vista.
Eppure
quella notte L’aveva sentita
vicina, vicina più che mai,
ed era venuta lì per lui. La
profondità della sua essenza
aveva vibrato
nell’incoscienza di quel
sonno per lui innaturale e
forse anche inutile, eredità
vecchia di secoli, di
compagni che non erano più;
ma evidentemente, quella
notte Lei non aveva voluto
che si svegliasse, non aveva
voluto
che La vedesse.
Di quell’apparizione onirica
non era in grado di
richiamare alla mente
null’altro che la vaga
immagine di una stola con
quattro gemme, un rubino,
uno zaffiro, uno smeraldo e
una giada. Sapeva tutto di
quella stola, e se Lei aveva
voluto lasciargli quel
ricordo poteva significare
solo una
cosa… anche se non
riusciva a capire cosa
volesse da loro.
Xelloss
si alzò e, con movimenti
fluidi e leggeri, lentamente
si avvicinò alla finestra.
Scostò il pesante tendaggio
di velluto e un refolo
d’aria salmastra lo sfiorò
delicatamente col suo
profumo.
La stellata quella notte era
magnifica e illuminava di un
chiarore argenteo ed etereo
il declivio che dai neri
contrafforti gotici del
castello scendeva ripido
fino alla spiaggia.
Seguì con lo sguardo la
stradina lastricata che si
snodava serpeggiante giù per
la collina e alla fine, a
qualche metro dalla riva,
immersa fino alla vita nel
blu metallico del mare,
bellissima come sempre, la
vide. Immaginava di trovarla
lì, con i capelli raccolti
da pettini d’argento a forma
di farfalla, vestita solo
dei suoi innumerevoli
bracciali; sorrise e si
domandò se anche lei avesse
avuto quella visione.
Per un istante pensò di
domandarglielo, ma subito
cambiò idea: se
alla sua
Master fosse stato
mandato un qualche
messaggio, a tempo debito
sarebbe venuto a saperlo.
Alzò gli occhi ametista
perennemente socchiusi ad
incontrare il volto della
luna piena, che splendeva
eterna e intoccabile come
ogni notte. Come
quella
notte, cinquecento anni
prima, quando aveva
ricevuto l’incarico di
eliminarli.
Come sempre, i ricordi si
fecero
rapidamente strada nella sua
mente e, come sempre, lui
non tentò di ricacciarli
indietro.
Era stata
Zelas-sama a
dargli
l’ordine, ma lui
aveva sospettato che venisse
da più in alto… da Lei,
forse. E il sospetto era
diventato
certezza
quando gli era stato
detto che non avrebbe dovuto
ucciderli ma semplicemente
sigillarli, facendo in modo
che le loro anime non
andassero disperse.
Con i primi tre non era
stato difficile, in fondo
per lui non erano
praticamente nulla,
ma lei… ecco, all’idea di
addormentarla per sempre
qualcosa si era mosso dentro
di lui. Provava del rispetto
per quella ragazzina, aveva
concluso
dopo molto tempo, perché era
l’unica che non l’aveva mai
temuto, l’unica ad essersi
dimostrata alla sua altezza,
se non sul piano magico
sicuramente sul piano
personale.
Nonostante
questo non si era fatto
scrupoli: per un demone la
cosa più importante è
obbedire agli ordini, poi
viene tutto il resto e non
importa cosa sia, questo
“resto”.
Così aveva chiuso gli occhi
per sempre anche a lei:
l’aveva fatto con tutta la
dolcezza di cui era capace,
con un lieve bacio in
fronte, perché lei si
rendesse conto, anche se
solo nell’ultimo istante,
che per lui era speciale.
Il
mazoku sorrise
sornione, ripensando
all’espressione sorpresa
negli occhi sgranati
di Lina,
un attimo prima che
le sue palpebre si
abbassassero per l’eternità:
si era addormentata con la
sensazione di quel contatto
inatteso e con quella
medesima sensazione forse un
giorno si sarebbe
risvegliata.
Sì perché, per l’incantesimo
che aveva praticato su di
loro, Lina e gli altri non
erano morti, ma erano
divenuti piccole anime senza
tempo che avevano chiuso gli
occhi sulla vita in una
notte d’estate ed ora si
trovavano in uno spazio
fuori da
ogni spazio, senza principio
né fine, incommensurabile e
sottratto alle comuni leggi
che governano l’universo,
dove non passava per loro il
tempo che passava nel mondo.
In seguito si
era
ritrovato spesso a
constatare come la sua vita
da allora fosse
diventata sensibilmente più
noiosa e ripetitiva,
incapace di dargli
soddisfazione. Certo,
c’erano ancora le missioni
di
Zelas-sama, alcune
semplici, altre più
impegnative, ma non aveva
più
trovato nulla che
soddisfasse la sua voglia di
sfide, che stimolasse la sua
curiosità; e poi,
incredibile quasi a dirsi
per uno come lui, si sentiva
in un certo qual modo… solo.
Dopo aver eliminato Lina e i
suoi amici non gli
era
più capitato di frequentare
altri esseri umani come era
accaduto con loro e così il
piccolo vuoto che la loro
assenza aveva ritagliato in
lui non era mai stato
colmato.
E ogni tanto, specie
in quelle notti di luna,
quando lasciava via libera
ai ricordi, quel vuoto
pungeva…
Scosse la testa, divertito
dagli approdi deliranti che
raggiungeva la sua
mente, e sorrise ancora una
volta, intenzionato a
rimettersi a letto,
lasciando che su quelle
vecchie memorie si
ridepositasse tutta
la polvere che quella luna
argentea aveva soffiato via
dispettosa.
Ma
qualcosa lo bloccò.
Non era nella stanza, non
era una voce corporea, ma
non era neanche nella sua
mente, come quando
comunicava telepaticamente
con la
sua Master: era
ovunque, dentro e intorno a
lui. Non diceva nulla, non
articolava suoni o parole,
semplicemente era, come
l’aria, la luce, il calore:
e per il solo fatto
di
essere trasmetteva
quasi
empaticamente un
messaggio.
Era una voce dal timbro
indefinito e indefinibile,
dolce e crudele insieme, una
voce che raccoglieva in sé
tutte e nessuna delle voci
che
aveva sentito nel
corso dei lunghi secoli
della sua vita: era Lei.
Il demone si voltò
lentamente, non sapendo cosa
aspettarsi alle sue spalle.
Tenne il capo chinato, la
mente aperta e
sgombra,
e si genuflesse, non osando
far nulla.
Come se stesse di nuovo
sognando, percepì la voce
invitarlo ad alzare gli
occhi; con reverenza,
Xelloss
sollevò lo sguardo e, con
sua
grande meraviglia,
scoprì di non trovarsi più
nella sua stanza alla
Wolf
Pack
Island, ma in un
luogo indefinibile, che
subito comprese essere il
Mare del Caos: una distesa
sconfinata di luce dorata,
nel cui buio accecante si
stagliava imperiosa una
piccola figura di donna,
circondata da essenze
luminose, minuscole creature
alate dalle fattezze più
disparate. Erano le anime
delle persone
di
ogni tempo, passato e
futuro, e al centro Lei.
Agli occhi del
mazoku
apparve nell’unica sembianza
con cui lui avrebbe potuto
riconoscerla: con i tratti
di Lina.
E
quando la figura parlò,
aveva la voce di Lina,
sebbene sembrasse sempre
provenire da profondità
remote.
“Riapri gli occhi ad uno di
loro e restituiscilo al
mondo da cui l’hai tolto
cinquecento anni fa”
La somma benevolenza e la
somma crudeltà: riportare
alla vita una persona
nell’istante stesso in cui
ha chiuso gli occhi sul
mondo in un mondo che non è
più il suo.
Già perché negli ultimi
cinque secoli il mondo si
era notevolmente
trasformato.
Gradualmente la magia, nera
e bianca, era scomparsa e a
Draghi e Demoni era stato
proibito di manifestarsi
apertamente nella loro vera
natura tra gli esseri umani.
I Dark Lord si erano
spartiti il controllo dei
vari territori, assumendo il
ruolo di sovrani
incontrastati, senza mai
mostrarsi alla popolazione,
mentre i Draghi
venivano
venerati come dèi cui
chiedere grazie e oracoli.
Sailune,
antica capitale della magia
bianca, scomparsa la
principessa Amelia erede al
trono, e con lei la dinastia
reale, era lentamente
decaduta a piccolo borgo
di
artigiani, arroccato
attorno alla vecchia cinta
muraria, al cui interno più
nessuno osava avventurarsi
da generazioni. Della città
che Lina aveva conosciuto,
restavano solo rovine,
disposte lungo le strade che
si
intersecavano a
formare il pentacolo magico
con al centro il palazzo
reale.
Sailaarg
era andata nuovamente e
definitivamente distrutta,
nell’apocalisse che 450 anni
prima aveva esiliato la
magia dal mondo. Nessuno
sapeva con precisione cosa
fosse
avvenuto: c’erano
solo delle leggende che
raccontavano di una donna
vestita di luce che era
apparsa improvvisamente tra
le chiome dell’Ulagoon,
l’albero sacro, facendolo
seccare con un solo gesto
della mano e radendo poi al
suolo la città e qualsiasi
cosa o persona in tutto il
continente che avesse
qualcosa a che fare con la
magia. Regni interi e
intere
popolazioni quel giorno
erano spariti per sempre
dalla carta geografica.
Con la scomparsa dei maghi,
l’intero fragile equilibrio
di potere su cui si reggeva
la Penisola dei Demoni, al
di qua e
al di là della
ex-barriera, era stato
sconvolto ed erano avvenuti
molti cambiamenti.
E
ora Lei voleva scombinare
nuovamente le carte. Sì,
perché, anche se non lo
aveva detto apertamente,
Xelloss
aveva intuito chi Lei
intendesse
risvegliare.
Ma si guardò bene anche
semplicemente dal pensare
una sola di queste cose; si
limitò a chiudere gli occhi
e chinare il capo in segno
di
obbedienza.
Quando
li riaprì, si ritrovò nel
luogo in cui tutto aveva
avuto inizio.
Era uno spiazzo deserto,
circondato
da
alberi e immerso in
un paesaggio brullo, al cui
centro si ergeva una statua
di marmo bianco, liscio e
lucido, dal corpo di donna e
dalle fattezze delicate;
aveva il viso sollevato, gli
occhi socchiusi rivolti alle
stelle lontane e sembrava
sul punto di spiegare le
grandi ali per spiccare il
volo. La
brezza che quasi
incessantemente soffiava
fredda da nord sembrava
muovere la sua lunga chioma
e alzare in pieghe morbide
la sua veste, stretta in
vita da una stola.
Una
stola con quattro gemme, un
rubino, uno zaffiro, uno
smeraldo e una giada.
Le pietre scintillavano più
di sempre quella notte,
nella luce fredda e distante
dell’aurora boreale che
stava tingendo il cielo ad
oriente; sembravano quasi
vive. E
in un certo senso lo erano.
Il demone inclinò lievemente
il capo su una spalla e
sfiorò con due dita quelle
gemme: lui le conosceva
bene, sapeva che non erano
state scelte a caso, ma per
rappresentare in qualche
modo l’anima che
racchiudevano.
Lina, il rubino, rosso come
il fuoco ribelle e
indomabile, rosso come i
suoi bellissimi capelli.
Gourry,
lo zaffiro, blu come
l’acqua, apparentemente
cheta ma dotata di una forza
travolgente.
Amelia, lo smeraldo, verde
come la speranza, quella che
la principessina non perdeva
mai.
Zelgadiss,
la giada, pietra
apparentemente meno preziosa
ma in realtà dura e tenace,
come lui nella sua
impossibile ricerca di una
cura.
Gli occhi di nuovo socchiusi
e il suo sempiterno e
indecifrabile sorriso ad
increspargli le labbra,
Xelloss
osservò per un attimo la
statua, scolpita dal vento
nel vento quel giorno
lontano e ancora intatta
dopo cinque secoli, come se
in quella radura il tempo e
le intemperie non avessero
potere.
Stese la mano e strinse con
due dita la gemma; esitò,
chiedendosi se avesse
interpretato correttamente
la sua volontà.
Quando
una luce dorata lo avvolse
non ebbe più dubbi: staccò
la pietra dalla stola e la
strinse in pugno,
preparandosi ad accogliere
colei a cui aveva riaperto
gli occhi. Si sarebbe
sicuramente domandata perché
lei, perché in quel momento,
perché da sola, e forse non
avrebbe avuto risposte:
dopotutto la Madre aveva una
natura un po’ capricciosa e
l’aveva già
dimostrato… ma alla
fine ce l’avrebbe fatta.
Lentamente, nella luce che
lo circondava, tante piccole
luci
si unirono a formare quel
profilo a lui familiare… lei
e quell’ultima espressione
sorpresa…
Sorrise.
“Bentornata
Lina Inverse”
- The
End -